Giornalismo partecipativo, ma ne siamo così sicuri?

In queste ore si rincorrono ovunque le notizie e, soprattutto, le immagini della cattura e della morte dell’ultimo dittatore nordafricano.
Come più volte ho raccontato, la storia della Libia e dell’ascesa di Gheddafi ha avuto un ruolo importante nella storia della mia famiglia (e in parte anche della mia nascita) per questo cerco di capire che impatto abbia questo momento storico nella nostra vita, e soprattutto nella vita e nei ricordi di mia madre.

A distanza di 42 anni, l’arco di tempo in cui si è svolta l’ascesa e la fine di Gheddafi, il mondo è cambiato velocemente. E la disponibilità  di immagini, notizie e versioni di uno stesso evento è quasi imbarazzante rispetto ai giornali e radiogiornali dell’epoca (1969).
In queste ore scorro foto, video realizzati con cellulari, gente che esulta, volti insanguinati, cadaveri esposti come un trofeo, e tutto ciò grazie a quella che è stata definitita l’evoluzione più democratica dell’informazione: il citizen journalism (giornalismo partecipativo).
Giovani ribelli che si accalcano intorno al corpo del “rais” impugnando smartphone per riprendere ogni singola mossa ed espressione di un uomo, seppur ampiamente condannbile per ciò che ha fatto, inerme, spaventato e insanguinato.

Mi chiedo, quand’è che il citizen journalism si trasforma in voyerismo?

  • Quei giovani sono lì a documentare, oppure sono lì a raccogliere un trofeo, una reliquia digitale di un momento, per una propria gratificazione?
  • I quotidiani online con il loro “sbatti il morto in prima pagina (anzi in homepage)” stanno facendo un servizio pubblico di informazione, oppure usano il sangue per aumentare gli accessi, circondando la notizia da promozioni pubblicitarie da foraggiare, totalmente fuori luogo, e urtando la sensibilità  di chi quel sangue non vuole vederlo?
  • E gli utenti, noi, me stessa, perché rimaniamo incollati al monitor alla ricerca di nuove immagini, alimentando questo circolo vizioso di richiesta/offerta di sensazion(alism)i? Perché inorridiamo alla violazione di sensibilità  e (forse) di privacy mentre cerchiamo su google maggiori informazioni?

Chi mi sa dire quando finisce il giornalismo partecipativo e inizia la morbosità ?

3 Comments
  • Bl@ster

    21.10.2011 at 11:52 Rispondi

    Credo che sul punto dei ragazzi relic hunter si possa trovare una zona d’equilibrio, ossia che loro possono fare ciò che vogliono per il motivo che preferiscono, l’importante è che a me arrivi un dato non filtrato ;)

    Sul resto del post sono costretto a quotarti. Ottimo punto di vista, molto equilibrato.

  • Alessio Jacona

    21.10.2011 at 12:39 Rispondi

    Condivido la tua analisi Valentina: è una miscela esplosiva i cui ingredienti sono la smania di protagonismo dei “citizen” a caccia del loro quarto d’ora di gloria; la disperata caccia al lettore dei testate accecate dall’emorragia di lettori e, ultimo ma non meno importante, della nostra morbosità . Se infatti questo pattume mediatico diffuso in spregio a qualsiasi forma di morale non fosse che l’offerta in risposta alla nostra domanda inesauribile, non dovremmo sorbircelo tutti i giorni in questo modo. Ma la gente vuole il sangue, inchioda in autostrada per osservare gli incidenti dall’altra parte delle barriere, sbircia il cadavere sotto il lenzuolo.

    Siamo affascinati dalla morte e quindi la morte vende. il circolo si chiude.

    la fortuna è che in mezzo a tanto rumore, emerge anche il talento. Dal coro salgono voci che sanno imporsi e vale la pena ascoltare. che solo cinque anni fa non avrebbero avuto nessun chance. Passerà  la nottata e ci ritroveremo quelle voci in eredità .. E il gioco sarà  valso la candela no?

    Morbosi però, lo rimarremo sempre. è nella nostra natura.

  • Blimunda

    21.10.2011 at 14:52 Rispondi

    Come dicevo su tw, occhio a confondere la causa con l’effetto, a dare troppe responsabilità  al mezzo. Il giornalismo partecipativo no ha creato la tendenza al morboso; ha solo fornito a più persone il mezzo per diffonderla.Sesso sangue soldi hanno da sempre fatto le cronache e per molto ancora le faranno. Il mezzo è neutro, è chi lo usa che lo colora. E, sì, grazie al rumore di fondo, a volte emerge anche il talento.

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