Senza titolo

Il buio intorno a te. Così denso e avvolgente da impedire al più piccolo bagliore luce di arrivare alla tua vista.
Dove ti trovi, che luogo è mai questo, se c’è qualcuno accanto a te.
Non sai darti una risposta, e continui ad indagare quel pesante liquido nero.

Come quando giocavi a immergerti in acqua, le estati passate al mare, senti tutti i rumori ovattati, lontani, irriconoscibili. Ti concentri e finalmente avverti qualcosa di ritmico, due suoni, separati e distinti: uno più incisivo e veloce, l’altro quasi come se fosse un soffio, un lento rantolo. Non ti ci vuole molto a capire che stai solamente ascoltando il battito del tuo cuore, e l’aria che entra nei tuoi polmoni.

Senti freddo, disagio, paura. Provi a muoverti per capire cosa succede, per scappare, ma non senti le tue mani, non senti le gambe, non avverti più il contatto con il tuo corpo. Ogni canale percettivo verso l’esterno, verso la vita è interrotto. Sei prigioniero di te, chiuso in una stanza del tuo corpo, con tutte le porte verso il mondo chiuse a chiave.

Piangi, ma le lacrime non escono, si rifiutano, o semplicemente non possono uscire, mentre la gola ti fa male.
E ti immagini intubato, in qualche stanza asettica, vestito con quegli stupidi e freddi pigiamini di cotone con i laccetti dietro, con una flebo accanto, con la tua faccia pallida e l’espressione assente e sofferente.

Avverti una presenza, un lieve calore, anche se non riesci a capire da dove provenga e come tu abbia fatto a percepirla. Magari c’è qualcuno accanto a te, magari ti può aiutare.
– C’è qualcuno? Aiuto! Aiutatemi!
Ma quella frase è presente solo nella tua testa: nessuna bocca è stata aperta, nessun diaframma ha spinto l’aria con forza verso l’esterno, nessun suono è stato emesso. La tua mente ti dice: rassegnati, non puoi comunicare, ma è impossibile per te accettare questo, la mente stessa si rifiuta un attimo dopo aver realizzato ciò! E sale la rabbia, il senso di impotenza, e quelle lacrime che tanto non possono uscire.

E i pensieri vanno in loop: i ricordi, le rare sensazioni, il liquido nero, il battito del cuore, e di nuovo i ricordi, i sogni spezzati, il lento respiro…

A questo pensavo mentre questa mattina mi lavavo i denti, e mi guardavo riflessa allo specchio, illuminata dal sole di un ottobre primaverile, e con alla radio i Groove Armada.
Sentivo la mia mano stringere lo spazzolino di plastica, sentivo il sapore del dentifricio alla menta, l’acqua fresca sulla lingua, il ruvido dell’asciugamano sulla faccia: ogni piccolo gesto è così carico di sensazioni, e troppo spesso ce ne dimentichiamo…

… e mi sono sentita fortunata di essere in grado di vedere, muovermi, ascoltare, vivere… e ho voluto tentare di capire cosa sarebbe la vita di una persona senza tutto questo, privata della capacità  di sentire e di comunicare… e ho pianto: di gioia perché sono viva e in salute, e di rabbia perché togliere ad un uomo tutto questo non è più vivere

Non me la prendo con un dio (non sono atea, ma neanche credo nei “santini”), ma me la prendo con gli uomini che, impugnando quegli stessi “santini”, giudicano, e decidono, e fanno danni… più di quelli che la malattia e la vita stessa riescono a fare.

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1 Comment
  • Fish

    22.10.2008at16:34 Rispondi

    Sì, è più o meno così. Con in più la volontà  feroce di uscire da lì e la speranza che sia invece solo un brutto sogno.

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