amo le donne..

Adoro le donne. Sono la cosa migliore che sia mai stata creata.
E se vogliono essere come gli uomini e abbassarsi al nostro livello, a me va bene.
Mel Gibson

Adoro le donne. Sono la cosa migliore che sia mai stata creata.
E se vogliono essere come gli uomini e abbassarsi al nostro livello, a me va bene.
Mel Gibson

di Jack Folla e Paoletta
[ascolta l'audio]
Più dei tramonti, più del volo di un uccello,
la cosa meravigliosa in assoluto
è una donna in rinascita.
Quando si rimette in piedi
dopo la catastrofe, dopo la caduta. Che uno dice: è finita.
No, non è mai finita per una donna.
Una donna si rialza sempre,
anche quando non ci crede, anche se non vuole.
Non parlo solo dei dolori immensi,
di quelle ferite da mina anti-uomo
che ti fa la morte o la malattia.
Parlo di te, che questo periodo non finisce più,
che ti stai giocando l’esistenza
in un lavoro difficile, che ogni mattina è un esame,
peggio che a scuola.
Te, implacabile arbitro di te stessa,
che da come il tuo capo ti guarderà
deciderai se sei all’altezza o se ti devi condannare.
Così ogni giorno,
e questo noviziato non finisce mai.
E sei tu che lo fai durare.
Oppure parlo di te,
che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo;
che sei terrorizzata che una storia ti tolga
l’aria, che non flirti con nessuno perché
hai il terrore che qualcuno s’infiltri nella tua vita.
Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu,
poi soffri come un cane.
Sei stanca: c’è sempre qualcuno con cui ti devi
giustificare, che ti vuole cambiare,
o che devi cambiare tu
per tenertelo stretto.
Così ti stai coltivando la solitudine dentro casa.
Eppure te la racconti, te lo dici anche quando
parli con le altre: “Io sto bene così. Sto bene così, sto meglio così”.
E il cielo si abbassa di un altro palmo.
Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere,
ci hai abitato Natale e Pasqua.
In quell’uomo ci hai buttato dentro l’anima
ed è passato tanto tempo,
e ne hai buttata talmente tanta di anima,
che un giorno cominci a cercarti
dentro lo specchio perché non sai più chi sei diventata.
Comunque sia andata, ora sei qui
e so che c’è stato un momento che hai guardato giù
e avevi i piedi nel cemento.
Dovunque fossi, ci stavi stretta:
nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine.
Ed è stata crisi, e hai pianto.
Dio quanto piangete!
Avete una sorgente d’acqua nello stomaco.
Hai pianto mentre camminavi in una strada
affollata, alla fermata della metro, sul motorino.
Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo.
E quella notte che hai preso la macchina
e hai guidato per ore, perché l’aria buia
ti asciugasse le guance?
E poi hai scavato, hai parlato,
quanto parlate, ragazze! Lacrime e parole.
Per capire, per tirare fuori una radice lunga
sei metri che dia un senso al tuo dolore.
“Perché faccio così? Com’è che ripeto sempre
lo stesso schema? Sono forse pazza?”
Se lo sono chiesto tutte.
E allora vai giù con la ruspa
dentro alla tua storia, a due, a quattro mani,
e saltano fuori migliaia di tasselli.
Un puzzle inestricabile.
Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi?
E’ da quel grande fegato
che ti ci vuole per guardarti così, scomposta
in mille coriandoli, che ricomincerai.
Perché una donna ricomincia comunque,
ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti.
Ti servirà una strategia, dovrai inventarti
una nuova forma per la tua nuova te.
Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo,
di presentarti a te stessa.
Non puoi più essere quella di prima.
Prima della ruspa.
Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente.
Innamorarsi di nuovo di se stessi,
o farlo per la prima volta, è come un diesel.
Parte piano, bisogna insistere.
Ma quando va, va in corsa.
E’ un’avventura, ricostruire se stesse. La più grande.
Non importa da dove cominci, se dalla casa,
dal colore delle tende
o dal taglio di capelli.
Vi ho sempre adorato, donne in rinascita,
per questo meraviglioso modo di gridare
al mondo “sono nuova” con una gonna a fiori
o con un fresco ricciolo biondo.
Perché tutti devono capire e vedere:
“Attenti: il cantiere è aperto,
stiamo lavorando anche per voi.
Ma soprattutto per noi stesse”.
Più delle albe, più del sole,
una donna in rinascita è la più grande meraviglia.
Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre.
Quando meno te l’aspetti…
Muto il mondo. Muto l’uomo. L’onda che ha cambiato per sempre i connotati alla fisica della terra e alle nostre coscienze, ci ha lasciati così. Senza parole. Perché l’apocalisse semina e miete silenzio. Fuori e dentro di noi. Un silenzio che brucia e taglia come ghiaccio e, come un macigno, schiaccia e soffoca anime e cuori. E se, di fronte ad un dolore troppo forte, l’uomo sviene, di fronte a queste cose rimane senza parole.
Sia perché alla ricerca del senso delle cose nella riflessione o nella preghiera; sia perché non esistono parole in grado di “contenere”, “spiegare”, “risolvere” tutto questo. Ci sono scale capaci di misurare la potenza distruttrice degli elementi, ma non ce ne sono per misurare l’intensità del dolore per un passato che non passerà più, un presente in cui tutto rischia di farsi nuova tragedia e un futuro che in troppi non vedranno mai, che milioni e milioni lottano nella speranza di vederlo arrivare e che per tutti noi non sarà mai più ciò a cui pensavamo quando pensavamo alla parola “futuro”.
Per tutti noi, perché quello che è successo non è successo “là”. E’ successo “qui”. Non esiste un’altra terra. La terra è tutta qui. Un unico corpo ferito, ora in ginocchio. E non è possibile pensare che un infarto di questa gravità non avrà conseguenze sulle braccia, le gambe o la testa, solo perché queste ci sembrano lontane dal cuore. Non esiste un’altra terra, né esiste un altro tempo. Tutto il tempo che abbiamo è qui, oggi. E se gli tsunami non dipendono dall’uomo, il tempo sì. Almeno lui, dipende da noi. Per questo non c’è un “futuro migliore”, ma uomini che possono rendere migliore il futuro. E, mai come oggi, siamo chiamati ad appartenere a questa umanità, con tutte le energie che possediamo. Senza parole, infatti, non significa senza pensieri. Al contrario, significa pensieri troppo grandi per le parole di cui disponiamo.
Strano ma vero, ma l’ha scritto Claudio Baglioni…

Holga | ilford HP5 plus 400
“La corrente del fiume scorreva silenziosamente su tutte le creature, giovani e vecchie, ricche e povere, buone e malvagie, in quanto la corrente seguiva il suo corso, conscia soltanto della propria essenza di cristallo.
Ogni creatura si avvinghiava strettamente, come poteva, alle radici e ai sassi del letto del fiume, poichè avvinghiarsi era il modo di vivere e opporre resistenza alla corrente era ciò che ognuna di esse aveva mparato sin dalla nascita.
Ma finalmente una delle creature disse:
Sono stanca di avvinghiarmi.
Poichè, anche se non posso vederlo con i miei occhi, sono certa che la corrente sappia dove sta andando, lascerò la presa e consentirò che mi conduca dove vorrà.
Continuando ad avvinghiarmi, morirò di noia.
Le altre creature risero e dissero: Sciocca!
Lasciati andare e la corrente che tu adori ti scaraventerà rotolandoti fracassata contro le rocce e tu morirai più rapidamente che per la noia.
Quella però non dette loro ascolto e, tratto un respiro, si lasciò andare
e subito venne fatta rotolare dalla corrente e frantumata contro le rocce.
Ciò nonostante, dopo qualche tempo, poichè la creatura si rifiutava di tornare ad avvinghiarsi, la corrente la sollevò dal fondo liberandola, ed essa non fu più nè contusa nè indolenzita.
E le creature più a valle nel fiume, per le quali era un’estranea, gridarono:
Guardate, un miracolo!
Una creatura come noi eppure vola!
Guardate il Messia, venuto a salvarci tutte!.
E la creatura trascinata dalla corrente disse:
Io non sono un Messia più di voi.
Il fiume si compiace di sollevarci e liberarci, se solo osiamo lasciarci andare.
La nostra missione vera è questo viaggio, questa avventura..”
Introduzione del libro Illusioni di Richard Bach
Se quelli che dicono male di me
sapessero quel che penso di loro,
direbbero peggio.
Sacha Guitry
In un mondo sempre più globale, quelo che è successo ci tocca da vicino.
E la festa non può trascorrere come se niente fosse
di MAURIZIO CROSETTI
Ci sono momenti in cui il silenzio è una necessità più che un dovere. Momenti in cui non si può chiudere il mondo dietro la porta di casa, lui là fuori, noi qui dentro a festeggiare. Perché questo non è un Capodanno come gli altri. Il mondo, fuori, ci è entrato in casa senza bussare: è così che fa, quando la gente muore. Il mondo sfonda la porta, ci mette davanti agli occhi le tremende fotografie dei giornali, le strazianti immagini della televisione. Non è possibile restare indifferenti a quel mondo che bussa e muore, magari con una bottiglia di spumante in mano e un petardo nell’altra.
Non si tratta di retorica, né di astratta carità mentale. La necessità del silenzio, come momento di riflessione sulla nostra storia e sul nostro destino di uomini – che in un attimo può trasformarsi nel destino di tutti e viceversa (il destino è capriccioso e non si cura dell’indifferenza) – riguarda chiunque abbia occhi e cuore.
E allora pensiamo che stavolta sia giusto non fare rumore, non festeggiare il nuovo anno con i botti e i fuochi: sarebbe come urlare in presenza di chi soffre. Condividere un dolore non vuol dire diventare tristi, ma rispettare quel dolore e chi lo sta vivendo.
Anche se si trova dall’altra parte del mondo: e poi, la tragedia del Sudest asiatico ci ha spiegato che il mondo è diventato proprio piccolo, e che lo si percorre in un attimo. Può accadere di essere turisti in vacanza esotica, e in un istante trasformarsi in vittime o testimoni di un cataclisma.
Dunque, il silenzio di Capodanno è anche un modo per riflettere su di noi, non solo per essere un po’ più vicini a “loro”, ai lontani, agli sventurati.
Una festa senza fuochi (che, tra parentesi, ogni anno mozzano mani e oscurano occhi, di bambini e ragazzi soprattutto) è un segno di profonda umanità, di semplice ma vissuta partecipazione. Aspettare il secondo che fa scoccare il nuovo anno, e pensare che chi sta male non è solo: proviamoci, stavolta. Sarà una maniera, anche, per augurarci di non essere soli quando potrebbe toccare a noi star male.
Si parla tanto di globalizzazione e di confini più vicini, in questa nostra inquieta modernità, e così viviamo nel mondo che aspetta il nuovo anno.
Proviamo a farlo nel silenzio e nel rispetto del dolore, così anche il nostro pensiero potrà essere un po’ più globale, se riuscirà a occuparsi dell’uomo.
Cioè gli altri, cioè noi.
.. e anche questo Natale è passato.. la letterina a babbo natale è stata scritta come ogni anno, e come ogni anno disattesa..
Eppure non ho mai chiesto niente di eclatante, solo di essere felice e di riuscire a dare felicità.
Tanta gente è più felice di me e ne sono lieta; ho saputo che tanta gente è felice in seguito alle decisioni che ho preso.. questo mi rende ancora più lieta, anche se alla fine sono solo io quella che non sta bene.
Ora non resta altro che attendere l’inizio del 2005, con tanti buoni propositi, e con il sogno di raggiungere se non la felicità almeno un po’ di serenità..
Me la merito, spero.. o forse me la devo solo guadagnare..

i walk alone, i walk alone althoug the coast is long
around me stretch the waters knowing and unknow
the swimmering sea, the wind’s wild song
where does love go when the life you loved is gone?
i walk alone, i walk alone
bliss – i walk alone
Be formless, shapeless like water. Now U put water into a cup, it becomes the cup. U put water into a bottle, it becomes the bottle. U put it into a teapot, it becomes the teapot. Now water can flow or it can crash! Be water my friend! ~ Bruce Lee
Someone said that dreaming the water, the sea, to swim, is a great dream.
Water is our subconscious, and when we’re afraid of the water we’re afraid to know ourself.
Plunge into the water! Don’t fear it! And as someone else said: “be water”!
That’s something I should do..

LC-A | kodak elitechrome 100asa | x-pro
A 30 anni dalla morte di Escher, la mostra ripercorre le tappe del viaggio fantastico del pittore olandese, le cui intuizioni geometriche sono tutt’ora oggetto di studi e interrogativi. Sono esposte 100 opere che vanno a comporre un ideale percorso che segue il lavoro del grande grafico a partire dalle sue prime immagini fino a quelle più conosciute della piena maturità.
DOVE: Musei Capitolini, piazza del Campidoglio 1
QUANDO: ore 9-20
INFO: 0639967800