Community Management & Content Curation

Sono sincera (come sempre), sono ancora emozionata.
Il mio primo intervento, la mia prima classe. E finalmente la parola share, condivisione, ha preso possesso del suo pieno significato.

Ringrazio Digital Accademia per avermi permesso di partecipare al workshop “Social Brand & Community Management” in qualità di speaker, a Stefano Mizzella di avermi segnalata, e a tutta la vivace classe che mi ha ascoltata e seguita con attenzione e pazienza.



ecco i numeri che volevo sapere

[...] il 97 per cento delle aziende e il 67 per cento dei lavoratori sono già sottrattati alla disciplina dell’articolo 18 perché impiegati in strutture con meno di 15 dipendenti.

Ragionamento analogo sulle partite iva. Molti lavoratori dipendenti sono “costretti” ad aprire quel regime fiscale per consentire al datore di mascherare il rapporto di dipendenza (non a caso il numero di lavoratori autonomi appare troppo elevato in Italia, circa 9 milioni).

[ fonte Repubblica.it ]

Chi sa come la penso avrà già tratto le sue conclusioni.



Generazione 40

Noi siamo la generazione nata negli anni 70, quando tutti i sogni erano già stati presi e privati di romanticismo, a partire dal 1969 con la coinquista della luna*; dove gli occhi erano puntanti sulla generazione precedente, attiva, creativa e ribelle; dove eravamo troppo piccoli per capire e apprezzare il fermento creativo di quegli anni.

Una generazione che neanche da giovani, nei fatidici anni 80, è mai stata presa in considerazione: bombardati dalla prima tv commerciale (da cui abbiamo saggiamente preso le distanze), e neanche considerati un target interessante per il marketing (all’epoca eravamo solo “figli” e non “consumer“, mentre ora adolescenti e pre-adolescenti influenzano le decisioni d’acquisto della famiglia).

La prima generazione a subire il precariato negli anni 90, accolto da tutti come evoluzione del mondo del lavoro, con l’apertura (spesso imposta) della partita IVA, con spirito imprenditoriale, con quelle magiche paroline come “flessibilità“, “mobilità“, che evocavano scenari stimolanti e costruttivi.
E mentre noi evolvevamo, la società rimaneva uguale, ancorata ai privilegi del posto fisso, privilegi che hanno minato famiglie e certezze (tipo il privilegio di avere un mutuo o un finanziamento solo dietro presentazione di busta paga).

Generazione che nel 2000 ha visto riconoscere tutele, interesse e apprensione per la generazione subito successiva.
“Poveri precari, aiutiamoli. Poveri piccoli imprenditori, apriamo un bando per loro.”
… diventando improvvisamente invisibili. Troppo vecchi. Falliti.

 

Generazione che non vedrà mai la pensione, troppo vecchi per accedere a bandi e concorsi per l’imprenditoria giovanile; troppo giovani per accedere a posti di prestigio e potere, dove le poltrone sono saldamente ancorate agli over 60.
Troppa poca esperienza lavorativa per chi si è laureato tardi; troppo qualificati per chi ha iniziato ad affrontare il mondo del lavoro a 19.

40enni con famiglia e figli piccoli, spesso considerati – per i più ambiziosi – più una palla al piede per la crescita professionale che motivo di gioia.
40enni single e senza figli, guardati con sospetto, come se fossero eterni Peter Pan; oppure donne a cui viene cucito addosso il ruolo di fallite e isteriche per non aver adempiuto all’innato desiderio di maternità, per non aver aderito allo stereotipo.

Generazione che vaga in un limbo, lasciata sola, spaesata.
Mente, forza motrice, cuore e anima di questo Paese, ma irrevocabilmente invisibile.

 

  • * C’era un articolo bellissimo sull’influenza che aveva avuto la conquista della luna sulla nostra generazione, ma la rete non è stata gentile nel farmelo ritrovare.
  • Post scritto di getto dopo aver consultato bandi max 35 / under 40 e offerte di lavoro Seniority: 4 anni / età max 30 anni.
  • Foto originale: Luna vista dall’Apollo 12 – NASA



Censimenti e creativi invisibili

Raccolgo, anzi rilancio l’interessante provocazione di Donald Draper, l’autore del famigerato blog Bad Avenue.

L’idea lanciata negli ultimi due post del suo blog è quella di realizzare un censimento dei creativi italiani presenti nelle principali 30 agenzie del paese, e un secondo censimento per farsi un’idea precisa di quella che è oggi la situazione degli stipendi degli stessi.

L’iniziativa è interessante anche se procede a stenti, fra polemiche (a mio parere sterili) e con la richiesta di una maggiore privacy nella raccolta dei dati (al momento è utilizzato solo lo strumento dei commenti).
L’intenzione è quella di verificare, numeri alla mano, se è vera la tendenza che un pubblicitario su tre ha perso il posto di lavoro negli ultimi anni (o almeno fino al 2008, come dagli ultimi dati di Assocomunicazione).

Ripeto, iniziativa interessante, anche se è la conferma che il mondo del lavoro – non solo nell’ambito della comunicazione – si divide in dipendenti e imprenditori: quest’ultimi spesso solo imprenditori di se stessi, i famigerati possessori di partita IVA, i consulenti, le ditte individuali.
Il mondo della pubblicità si divide in chi lavora in agenzie (le prime 30? per creatività, fama o fatturato?) e in tutto il resto, il popolo degli “invisibili”, senza un nome altisonante a coprire spalle, dove le regole di mercato sono completamente ribaltate e dove la creatività spesso eccelle ma non ha gli strumenti e le spinte adeguate per emergere in superficie.

Lancio una nuova provocazione, sull’onda di quella più altisonante del nostro misterioso amico. Certo, non ho gli strumenti per censire tutti i creativi invisibili, ma invito tutti a chiedersi che fine ha fatto quel pubblicitario su tre che ha perso il posto di lavoro.
Qui non si tratta solo di contare i superstiti della tragedia, ma anche di capire come aiutare chi sta andando a fondo, ma è ancora in grado di respirare.

[ Post originale e commenti su Tiragraffi ]

undici

E sono 11.
Sono tanti, sono pochi, non lo so.

So solo che quest’anno va un po’ meglio.
Come se l’aver oltrepassato la boa del decennale rendesse il dolore più lieve.
Come una polaroid che pian piano perde i suoi colori e lascia solo le tracce essenziali di un viso.

Ormai tutto questo fa parte di me.
L’ho assorbito, digerito, metabolizzato, e neanche ha più senso chiamarlo dolore: ormai è uno stato latente di malinconia.
Un velo sull’anima, il pezzo mancante di un puzzle, quell’unico respiro che ti manca nell’arco della giornata… e l’eco dei “se” che subito dopo averli pensati, scuoti la testa per scacciarli e tornare alla realtà (“se ci fosse stato lui…”, “cosa avrebbe fatto se…”).

Ed eccomi qui, ferma davanti allo specchio: a contare gli anni; a ricordare com’ero, com’eri, come eravamo; a tirare le somme; a sorridere mentre quella lacrima scende calda sulla guancia.
Mentre tutto cambia e tutto resta uguale.

Ciao papà… (con la voce che tu sai)…

No photos, please

Spesso vengo ripresa sul fatto che non amo farmi fotografare.
Sulla rete ci sono poche mie foto, e anche il mio avatar “bastet” è essenzialmente un dettaglio della mia mano.

Le spiegazioni sono molte: dalla mia riservatezza, alla cura della mia immagine, dove vorrei che fosse posto in evidenza ciò che faccio (il mio lavoro, le mie opere, le mie attività) e non che faccia ho.
E in parte già era stato spiegato qui.

In questi ultimi tempi spesso mi sono state richieste delle foto per compilare delle schede sui collaboratori di alcuni progetti. Ho preso coraggio, ho contattato un mio caro amico, nonché bravissimo fotografo Ernesto Ruscio e mi sono fatta fare il mio primo book fotografico.
Molto semplice in realtà: ancora ringrazio Ernesto per essere riuscito nell’ingrato compito di mettermi a mio agio davanti a un obiettivo ;)
 

Le foto hanno iniziato a circolare, ricevendo pure consensi (!!!) e scardinando la mia atavica ritrosia.
Ma proprio stamane mi sono ricordata del perché non amavo mostrare il mio volto. Non che io sia di una bellezza sconvolgente, ma ricevere messaggi di gente che vuole conoscerti solo perché ha visto il mio volto (senza sapere chi sono, cosa faccio, e perché sto su un determinato social network) mi ha riportata con i piedi per terra.

Per una donna è complicato muoversi sul lavoro, sui social network o nella vita, esulando dal suo aspetto estetico.
Se sei cozza non vieni calcolata, se sei “decente” per molti uomini sei solo una “preda”, non una persona con cui relazionarsi

Non voglio cadere in retoriche femministe e sessiste, sono a conoscenza che non tutte le persone e non in tutti gli ambienti accade questo: ma la concomitanza con il cambio di foto del profilo su Facebook e la ricezione di messaggi a odor di provola* è stata lampante.

Per cui… ritorno al mio vecchio avatar.
(p.s. #sticazziallowed)

* vedi voce Provolone su Nonciclopedia, l’enciclopedia liberalizzata (ma solo in Olanda)

Fotografi e fotografia, cose da sapere

Come molti sanno, una delle mie più grandi passioni è la fotografia. Grazie ad essa, 7 anni fa ho riscoperto la mia vena creativa e ho trovato il modo per esprimere ciò che ho dentro (di più artistico, intimo o contorto).
Dopo premi, lavori, mostre e riconoscimenti, mi sono staccata un momento da questa meravigliosa arte per inquadrarla nuovamente sotto la giusta “ottica”.
Lo so, quel momento sta durando da oltre 3 anni, ma la mia analisi da esterna ancora sta continuando a studiare e valutare questo strano ecosistema.

Oggi in rete ho trovato questo simpatico post che descrive i 10 tipi di fotografi da cui stare alla larga, e ho colto l’occasione per implementare, anzi riscrivere la lista in base alla mia esperienza.

Di seguito ciò che ho scoperto, metabolizzato e (forse) digerito.

Il Professionista (o presunto tale)

Inizialmente sono fuggita dal mondo delle mostre, dei fotografi professionisti, dei corsi e dei workshop inutili, a causa dell’arroganza di cui il mondo dei “professionisti” abbonda.
La troppa autostima nelle proprie capacità, la sindrome da “Marchese del Grillo” (“perché io so’ io, e voi non siete un c…!”), la lobby che crea fra suoi simili, dove per un comune mortale è impossibile avvicinarsi, sono tutti elementi che mi hanno fatto desistere dall’esser chiamata “fotografa” e mi hanno fatto prendere le distanze da chi ama definirsi tale.

Una bellissima descrizione è stata data da Ando Gilardi, grazie a una segnalazione della mia amica Valeria.

una istantanea senza testo non è niente, un testo senza istantanea dice sempre qualcosa se poi è illustrato da una sua istantanea fa un salto di qualità. Ci sono milioni di fotografi che appendono ai muri con tanto di nome ma senza una riga che dica il perchè dovrei guardarle: questi infelici campano perchè nasce fra loro una pietosa complicità: io faccio finta di capire i tuoi consumi fotografici però tu devi far finta lo stesso con i miei: ma è come fare la cacca insieme…

L’Artista (o presunto tale)

Agli inizi del 2000, durante gli esordi del digitale, ci fu una tendenza vintage che attraversò in maniera creativa tutto il decennio: la lomografia.
L’uso di vecchie macchine fotografiche, o di scatolette di plastica dagli effetti imprevedibili, la sperimentazione con gli sviluppi invertiti delle pellicole, la ricerca del giusto lightleak da far penetrare all’interno del fotogramma, la riscoperta delle Polaroid e l’arte di manipolarle, tutto ciò definì un periodo di fermento creativo non indifferente.
Cosa ci fu di sbagliato in questo periodo?

  • La nascita della convinzione che la macchina fotografica facesse tutto da sola (“don’t think just shoot”);
  • che ogni scatto fosse un capolavoro;
  • che “tanto ci sono i filtri di Photoshop (o un’App dell’iPhone) che fa la stessa cosa, quindi anche io sono un lomografo”;
  • che a distanza di 10 anni c’è ancora gente che è convinta che basti possedere una costosa LCA e farla scattare a caso per essere un artista.

L’Attrezzatura

Su questo c’è poco da dire: eBay-dipendente (prima ancora mercatino fotografico-dipendente), possiede un esercito di corpi macchina, obiettivi, anelli adattatore, battery pack, borse ergonomiche, kit pulisci sensore… ma sinceramente non ho mai visto neanche una foto, realizzata da loro, che fosse degna di questo nome.

Photoshop, or it didn’t happen

HDR, tiltshift, cutout, desaturazione… se non sai il significato di questi termini, sei salvo!
Ho visto fotografi bravi, foto interessanti, composizioni dinamiche… il tutto rovinato da un uso eccessivo dei programmi di post-produzione.
Continuo a chiedermi perché dopo che uno ha scattato una foto, deve assolutamente mettere la propria firma digitale alterandone colori e contrasti. Capisco un fotoritocco migliorativo, o un percorso artistico dove il protagonista del progetto non è più il soggetto della foto ma lo stile con il quale è stata trattata la foto stessa: ma usare l’HDR anche per enfatizzare il giardino di casa, o forzare un bianconero perché la foto a colori “non ci convinceva” mi dà l’impressione di un’ansia da prestazione.
La mia foto ancora non è da WPP allora la bacchetta magica di Photoshop la renderà perfetta.

Il fotografo amatoriale

Reduce dalla consulenza per lavori inerenti il mondo della fotografia, mi sono ritrovata a confrontarmi con il mondo dei fotografi amatoriali a fare nuove e più approfondite riflessioni su persone e comportamenti.
Il fotografo amatoriale, riassume in sé tutte le figure sopra descritte, ma parallelamente si divide in alcune sottospecie.

  • L’analfabeta - sembra che la maggior parte dei fotografi amatoriali non sappia leggere: i regolamenti dei concorsi, i manuali d’uso, i forum con i consigli, la ghiera dell’obiettivo. Sanno solo chiedere, pretendere e contestare.
  • Il cieco aka “sono nato imparato” – molti sono convinti che nel momento in cui viene impugnata una fotocamera si è automaticamente in grado di fare belle foto: prima di tutto bisogna imparare a guardare, a scoprire la realtà che ci circonda, a “vedere” la foto prima ancora di avvicinare l’occhio al mirino.
    Un consiglio per tutti: studiatevi le foto dei fotografi più bravi e famosi, trovate una foto che vi piace e cercate di capire il perché vi piace e come è stata eseguita e composta.
    Prima di imparare a scrivere (con la luce) dovete imparare a leggere.

Nella fotografia esistono, come in tutte le cose,
delle persone che sanno vedere
e altre che non sanno nemmeno guardare.
Nadar ~ Gaspard-Félix Tournachon (1820 – 1910)

  • L’entusiasta incompreso – creare qualcosa è sempre un’esperienza unica (lo sanno le donne da migliaia di anni, forza creatrice e genitrice dell’intera umanità). Creare una foto è un po’ come partorire un figlio: bello, completo, specchio delle nostre passioni, della nostra natura, ma animato di vita propria.
    Ecco, siamo onesti: a parte che “ogni scarrafone è bello a mamma sua”, non tutti i figli ci vengono come vorremmo. O per trovare una metafora comprensibile ai più: “non tutte le ciambelle riescono con il buco”.
    Non ingolfate la visuale dei vostri amici con quintali di ciambelle: preparate un vassoio solo con le ciambelle migliori, imparate a scartare quelle riuscite male, e se i vostri commensali non gradiscono la vostra opera, forse non è colpa della loro insensibilità… ma di una ciambella veramente impresentabile e immangiabile.
  • L’Italiano – cosa centra una connotazione geografica con la fotografia? Semplice, qui si parla di indole: l’Italiano medio è poco sportivo, non è meritocratico, è invidioso e deve sempre fare il “furbetto”.
    Se un fotografo è convinto del valore della sua foto, magari candidata al World Press Photo, perché non riesce accettare che ci siano foto altrui migliori (e magari prenderlo come stimolo per migliorare), e pensa solo a criticare, infamare ed erigersi a vittima sacrificale di un sistema che non lo comprende?
    Sono sincera, non lo so se in altri paesi l’indole è uguale, ma la poca sportività, il non riconoscere i propri limiti e il tentare tutte le strade pur di avere un minimo riconoscimento è una prassi che in questi ultimi mesi ho visto ripetersi costantemente in vari ambiti (fotografici e non).

Cosa ho imparato da tutto questo?

  1. che l’innovazione tecnologica non va di pari passo con l’aumento della sensibilità e del senso critico;
  2. spesso la democrazia, o nello specifico il giudizio del pubblico, è quanto di più deleterio ci possa essere se si vuole puntare sulla qualità: “siamo troooppo italiani” (cit.);
  3. che probabilmente ho bisogno di prendere le distanze da tutto ciò ancora per qualche tempo.

Ho visto cose che voi umani non potete neanche fotografare…
Filtri di Photoshop in fiamme al largo dei livelli di regolazione.
E ho visto orizzonti inclinati e bimbominkia fotografarsi nel buio vicino alle porte del bagno.
E tutti quei momenti verranno pubblicati in rete, lasciandoci come lacrime nella pioggia. È tempo di scattare.

Valentina Cinelli – monologo, 15 novembre 2011

L’infografica di buon augurio

Questa estate mi era stata richiesta, da una nota rivista femminile, un’infografica a tema libero.
Dopo averla realizzata e inviata in tempi record, è stata omessa dalla pubblicazione.
Probabilmente non è piaciuta – ma non me ne dolgo – allora la ripropongo qui… per alleggerire queste feste pesanti, dai ricordi e dal cibo in lenta digestione.

Auguri.

2006 forse…

Sono passati due anni e mezzo.
Da questa foto forse 5, forse molti di più.

Non ricordavo di averla, non pensavo di avere nostre foto insieme. E vederla saltar fuori da un libro è stata un bellissimo regalo di Natale, nonché un colpo al cuore.

Com’eravamo belle, piene di energia. Era estate, era il matrimonio di una nostra collega, era un periodo pieno di sogni, di progetti, di pazzie.

Ma tu non ci sei più, e non c’è neanche quella Valentina.
La tua vita spazzata via da una drammatica fatalità. La mia vita travolta dagli eventi, dal dolore, dalla disillusione.

Mi manchi, mi manca la mia amica, la mia socia, la mia compagna di sogni.
Mi manca la tua gioia, la tua energia, la tua risata.

Ancora devo capire il significato di tutto questo, e non c’è giorno in cui, attraversando quel maledetto incrocio, non ti dedichi un bacio e un pensiero.

Buon Natale amica cara.

Il Grinch

E ritorna la mia immancabile malinconia nella notte di Natale.
Una notte dove anni fa dormivo beata, con il mio personale rituale di sprofondare fra biancheria fresca di bucato, e dove ora, invece, mi lascio accompagnare per mano dall’insonnia e uno strano senso di disagio.
Una notte in cui mi sento sola, come se per strada, dentro le case, seduti davanti a tavole imbandite non ci fosse nessuno, come se fossi l’unico essere umano vivente sul pianeta terra.

E la radio che mi tiene compagnia, la musica che mi dà sollievo.
Mentre non c’è famiglia, non c’è regalo, non c’è messaggio d’auguri atteso o inaspettato che riesca a far svanire questo senso di estraneità.

E mi chiedo di nuovo, come tutti gli anni: ma cosa ci faccio io, su questo pianeta?
Circondata da questi strani rituali? Con persone che non parlano la mia lingua e con le quali non riesco a comunicare, a farmi capire?

Su quale montagna abitava il Grinch?

Soundtrack by Lifegate Radio